Naturae

2019.

Se il film è “un flusso imposto nel tempo”, come percepiamo il tempo quando guardiamo un fotogramma?

Questa domanda nasce mentre stavo visualizzo il celluloide di un cortometraggio in super 8 che ho realizzato lo scorso anno durante un viaggio in Tasmania.

Le immagini al cinema sono proiettate sullo schermo a una velocità di 24 immagini al secondo ed é per questo che ci appaiono invisibili individualmente, ma cosa succede quando un’immagine viene fermata in un film?

La serie è composta da 9 fotogrammi estratti dal celluloide e che presento individualmente come una stampa fotografica di grande formato e senza apportare alcun ritocco.

Guardando la sequenza di immagini, la prima cosa che ho apprezzato è stata la loro estetica, il grano proprio dei sali d’argento, successivamente, l’osservare, mi ha portato ad una esperienza immersiva intima piú profonda. Mentre lo sguardo si soffermava su alcune parti dell’immagine,  attraverso una rete di pensieri, sono iniziate ad emergere delle forme.

Dopotutto ogni immagine ha il potere di vivere di vita propria in ogni persona e puó cosí essere interpretata in un’infinitá di modi da ciascun osservatore secondo il proprio punto di vista.

Intuisco quindi che il tempo in una immagine, elemento condizionante per eccellenza del nostro guardare, non è solo un succedere di un evento seno che si puó mostrare a noi anche come una forma di sensibilitá relazionata alla nostra vivenza.

E quindi, in questo tentativo di separare e dividere degli attimi della realtá in porzioni, cioè selezionando dei fotogrammi appartenenti ad un film, il tempo si ritrova si, estromesso dal divenire, ma continua ad esistere in modo separato in uno stare fuori e dentro all’immagine.

 

 

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